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626 Sicurezza Macchine: 1 ricerca dei dispositivi di sicurezza

Normativa sicurezza  

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Indice:

La storia della normativa sicurezza

La prevenzione degli incidenti sul luogo di lavoro ha avuto in Italia delle tappe decisive, coincidenti con l’emanazione di alcune leggi fondamentali.

Alcune volte in ritardo rispetto agli altri paesi europei, e in pochi casi in anticipo, l’Italia è riuscita a costituire un corpo normativo che di volta in volta modificò lo scenario socio – economico – industriale del paese.

Per semplicità di trattazione anticiperemo una sorta di categorizzazione che oggi è alla base della cultura prevenzionistica europea. Si può, infatti, parlare di norme applicabili agli impianti e macchinari di lavoro o genericamente prodotti, e quelle applicabili ai luoghi di lavoro e genericamente all’interfaccia lavoratore – macchinario – ambiente di lavoro. Nel seguito si intenderanno le prime come norme di prodotto e le seconde come norme sociali.

Storicamente una delle prime norme di prodotto italiane nel campo della sicurezza dei lavoratori fu il Regio Decreto del 21 maggio 1927, n°824. Questo recava il regolamento per l’esecuzione del R.D. n°1331 del 1926, che costituiva l’ANCC, per la costruzione, l’installazione e l’esercizio degli apparecchi a pressione di gas o vapori e dei generatori di vapore d’acqua.

A questo decreto seguirono altre leggi e regolamenti che a tutt’oggi forniscono un corpo normativo articolato e sufficientemente completo così da fornire a progettisti, costruttori e utenti delle regole certe per la corretta costruzione, installazione ed il sicuro esercizio di queste apparecchiature.

Sulle stesse linee di principio nacquero successivamente delle norme obbligatorie per chi volesse costruire, installare ed utilizzare attrezzature riconosciute pericolose per la salute dei lavoratori, quali le gru, gli ascensori, gli impianti di acqua calda e surriscaldata ed altre.

Mentre queste appena citate rientrano nella categoria di norme di prodotto, di altrettanto notevole portata furono quelle di tipo sociale (vedi tabella 2) quali il DPR 547 del 1955 e il DPR 303 del 1956.

Questi decreti sono l’esempio di come l’Italia importò un principio basilare nella prevenzione, con un ritardo di diversi anni rispetto ai paesi europei industrializzati in cui nacque, e cioè che una corretta cultura antinfortunistica doveva basarsi su strumenti legislativi che impedissero «a monte» la costruzione e la commercializzazione di macchine, attrezzature ed impianti privi degli idonei sistemi di protezione (art. 7 DPR 547).

Questo risolveva, secondo la nuova impostazione, il problema della sicurezza per le attrezzature e gli impianti «nuovi», e comportava per quelli già in esercizio un obbligatorio adeguamento ai medesimi principi di sicurezza.

Adeguamento che poteva essere attuato solamente «rivestendo» le macchine di dispositivi di sicurezza, ripari e protezioni

Per i tempi in cui vennero alla luce, l’impatto fu enorme. Per la prima volta una legge estendeva le responsabilità della tutela del lavoratore oltre i limiti fissati dal puro e semplice rapporto di lavoro, coinvolgendo nella sicurezza figure estranee al rapporto stesso, quali i costruttori, i commercianti e gli installatori.

 Che poi nella realtà questa responsabilità sia stata spesso elusa è un dato di fatto sui cui motivi non vogliamo commentare.

In generale le norme di prodotto e quelle sociali fin qui elencate, che dobbiamo ricordare sono ancora in buona parte vigenti e cogenti, riportano un articolato molto ben studiato, preciso e dettagliato. Nella filosofia di allora, infatti, era obbligatoria la verifica della loro applicazione in un sopralluogo nel luogo d’installazione e/o di lavoro da parte degli organismi di vigilanza. Il datore di lavoro doveva dimostrare di aver applicato punto per punto tutte le norme di riferimento.

Un ulteriore passo avanti si sarebbe potuto compiere con la legge di riforma sanitaria del 1978, la n°833. Questa legge si pose l’obiettivo della «omologazione prevenzionistica» su larga scala, in base ad alcuni principi cardine:

1.    Esistenza di precisi e completi regolamenti normativi sul maggior numero di apparecchiature ed impianti;

2.    Definizione dei criteri e delle procedure di omologazione;

3.    Predisposizione di adeguate strutture statali, centrali e periferiche, necessarie sia per l’omologazione (vedi ISPESL) che per la sorveglianza (vedi PMP presso le USL e Ispettorati del Lavoro) sul corretto esercizio e sui luoghi di lavoro.

L’obiettivo era evidentemente la creazione di un sistema uomo - macchina - ambiente di lavoro il più possibile sicuro e regolamentato.

Questo è rimasto praticamente del tutto inattuato eccezion fatta per i macchinari, le apparecchiature e gli impianti per i quali già vigeva un corpo normativo che è stato poi assegnato al controllo omologativo da parte dell’ISPESL e alla vigilanza da parte dei PMP delle USL.

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Nuovo corso della normativa sicurezza

Negli ultimi vent’anni l’Unione Europea si è prodigata nell’assicurare in tutti i paesi dell’unione uno standard prevenzionistico di alto livello e per abbattere le frontiere tra i vari paesi membri, per consentire la libera circolazione delle merci e dei prodotti. In questo senso ha svolto una notevole opera legislativa emanando numerose direttive. Tra queste si vuole qui ricordarne due di grande importanza per l’argomento trattato: la Direttiva quadro 83/189/CEE, relativa ai prodotti industriali, e la direttiva quadro 89/391CEE relativa agli obiettivi sociali.

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Direttive «Prodotto» della normativa sicurezza

La Direttiva quadro 83/189/CEE, emanata nello spirito del «nuovo approccio», di fatto congelò l’attività normativa sulla sicurezza degli enti nazionali e regolamentare degli stati dell’unione. In pratica impedì la formazione di nuove norme e di nuove regole tecniche indicando come unica strada percorribile la formazione di un nuovo corpo normativo «comune» attraverso l’integrazione normativa e regolamentare.

Con la Risoluzione del 7 maggio 1985, fu esplicitata la filosofia dell’Unione Europea in materia di sicurezza dei «lavoratori» e dei «cittadini utenti». In sintesi:

1.    Le norme di sicurezza si articolano su un livello generale (direttive) e su specifiche attuative (norme tecniche);

2.    I requisiti generali di sicurezza dettano le caratteristiche cui obbligatoriamente devono rispondere i prodotti immessi sul mercato;

3.    Le specifiche tecniche esplicitano in forma non cogente le caratteristiche necessarie affinché i prodotti godano della presunzione di conformità ai requisiti di cui sopra.

4.    Le amministrazioni sono obbligate a riconoscere ai prodotti fabbricati secondo le norme armonizzate (o a titolo provvisorio le norme nazionali) una presunta conformità ai requisiti essenziali di sicurezza (RES), fissati dalla direttiva.

Il marchio CE non può essere apposto se non sui prodotti industriali elencati nella stessa tabella.

Affinché la rispondenza ai requisiti essenziali richiesti sia garantita, le singole direttive richiedono che il produttore si sottoponga a varie procedure (uno degli 8 moduli per la valutazione della conformità emanati con le decisioni del 13.12.90 e del 22.07.93) che si concludono con l’apposizione del marchio CE.

All’apposizione del marchio si accompagnano, a seconda della procedura:

·       i certificati o marchi di conformità rilasciati da organismi indipendenti (ovvero da organismi abilitati);

·       i risultati di prove effettuate da terzi indipendenti;

·       la dichiarazione di conformità rilasciata dal fabbricante o dal suo mandatario stabilito nella comunità;

·       altri attestati da definire eventualmente nella direttiva.

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Direttive «sociali» della normativa sicurezza

La direttiva quadro 89/391CEE elenca gli obiettivi sociali contenuti nel Trattato di Roma del 1957 (art. 118 A), in sintesi:

1.       Raggiungimento di un’armonizzazione dei livelli di protezione dei lavoratori in ambito comunitario;

2.       Definizione delle prescrizioni minime per promuovere il miglioramento dell’ambiente di lavoro e per tutelare la sicurezza e la salute dei lavoratori. E’ fatta salva la facoltà degli stati di imporre sul loro territorio livelli di protezione maggiori, ove lo ritengano opportuno.

Le nuove norme prevedono una procedura prevenzionistica di tipo «attivo» che vede le aziende protagoniste anche nell’attività di sicurezza, considerata parametro fondamentale del processo produttivo.

L’intero quadro normativo è basato su una costante correlazione tra attività lavorative e relative misure di sicurezza, tra innovazione tecnologica e rispettivi interventi per la tutela della sicurezza e la salute degli operatori.

Tale correlazione è attuata attraverso l’esame della tecnologia di processo, delle tecniche operative applicate e la contemporanea verifica dell’attuazione delle misure di prevenzione.

Queste ultime devono essere scelte secondo criteri di idoneità e priorità e sono proposte secondo uno schema articolato di interventi successivi e consequenziali.

In sostanza si opera in due fasi: la prima di definizione delle misure di sicurezza e la seconda di adempimento delle stesse.

In questo processo diventa di fondamentale importanza l’attuazione delle seguenti operazioni:

1.    Valutazione del rischio – cioè analisi del ciclo lavorativo finalizzato all’individuazione dei potenziali rischi operativi, alla loro definizione e misura;

2.    Interventi di prevenzione – cioè indicazioni e criteri d’intervento per l’eliminazione, o per lo meno la riduzione, dei rischi attraverso la programmazione d’interventi di prevenzione integrata, del tipo organizzativo e procedurale.

3.    Interventi di protezione – cioè la programmazione degli stessi che deve privilegiare le misure di prevenzione «collettive» a quelle «individuali».

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La funzione degli enti pubblici di controllo nella
normativa sicurezza

Cerchiamo di prevedere, a questo punto, quale sarà il ruolo delle autorità statali di controllo e prevenzione nel prossimo futuro.

Tramontata l’era dell’omologazione di alcuni prodotti e impianti industriali e civili, l’ISPESL, oltre alle attività di ricerca e consulenza in cui è molto attivo, avrà, per delega del Ministero dell’Industria, il compito di effettuare il controllo del mercato. In sintesi sarà chiamato ad accertare se:

1.    Per mancata rispondenza ai RES;

2.    Per applicazione non corretta delle norme;

3.    Per eventuali lacune nelle norme di riferimento,

sussistano i motivi affinché il Ministero dell’Industria applichi le “clausole di salvaguardia”, ritirando provvisoriamente dal mercato il prodotto incriminato.

A loro volta gli enti di sorveglianza, oggi ancora i PMP delle A. USL domani probabilmente le A.R.P.A. (Agenzie Regionali di Protezione Ambientale), assolveranno al compito, complesso e di grande impegno professionale, di verificare il mantenimento degli elevati standard di sicurezza negli ambienti di lavoro e assicurarsi del rispetto, da parte dei fabbricanti dei macchinari inseriti negli stessi ambienti, delle direttive di prodotto.

Le non conformità nel primo caso saranno segnalate alla magistratura competente; nel secondo caso saranno denunciate al Ministero dell’Industria che farà scattare gli accertamenti del caso.

Di questo quadro si può già avere una parziale conferma negli accordi siglati tra Ministero dell’Industria e ISPESL, per quanto concerne il controllo del mercato, relativamente alla famiglia di prodotti rientrante nella direttiva «macchine». Riguardo all’attività di prevenzione da parte delle A.U.S.L. si potranno avere differenze tra alcune famiglie di prodotti.

In sintesi:

1.    Per alcune famiglie di prodotti (ad esempio gli ascensori e i montacarichi, come si deduce dallo schema di regolamento per l’attuazione della Direttiva 95/16/CE “ascensori”), la verifica periodica dovrà essere eseguita dagli ingegneri delle A.U.S.L. o, in difetto, da parte di un organismo notificato;

2.    Per altre famiglie di prodotti, la verifica periodica dovrà essere eseguita, a cura del datore di lavoro, tramite personale competente a norma delle leggi o prassi nazionali (Direttiva 95/63/CEE, non ancora recepita dall’ordinamento italiano).

È nostro parere che il legislatore italiano, conformemente all’indirizzo assunto nel recepimento di alcune direttive, per talune categorie di apparecchiature (macchine e impianti pericolosi) manterrà alle A.U.S.L. il compito di effettuare le verifiche periodiche. Per le categorie meno pericolose pur obbligando il datore di lavoro ad effettuare i controlli di primo o nuovo impianto, periodici e straordinari, ne acconsentirà l’esecuzione a “persona competente” (organismi notificati,  professionisti iscritti agli albi o esperti di settore).

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